martedì, 01 luglio 2008
Al levarsi del sole del 2 luglio 1993 ha il via la routine operativa “Canguro 12”.
Per i militari italiani in Somalia nell’ambito dell’Operazione Ibis si tratta di un altro rastrellamento di un centro abitato, alla ricerca di armi
Tutto lascerebbe intendere che si possa trattare di un’operazione come tante anche se un così massiccio movimento di uomini, allertati con così poco preavviso desta qualche perplessità e più di una voce osserva che il tutto potrebbe essere un enorme lavoro di depistaggio per celare un’operazione ben più piccola, mirata, ma di enorme rilevanza.
Le vie del “Mogo” sono deserte quando la colonna italiana attraversa il checkpoint “Pasta” attorno alle ore 6,00 per prendere posizione operativa.
L’area da rastrellare è un rettangolo di circa 400 metri per 700, situato tra i checkpoint “Pasta” e “Ferro”: nel cuore del quartiere dei fedelissimi di Aidid.
Ottocento specialisti parà a bordo dei vecchi Camillini e con soli otto carri “veri” (per quanto non in grado di resistere ad un colpo centrale di Rpg) Modello Patton M-60.
Come supporto da Balad arrivano i Moongoose dell’Agusta e gli AB 205 che fanno da occhi nel cielo per le truppe di terra.
Sono appena le 7,00 quando i nostri soldati, insieme ai poliziotti di stato somali iniziano a perquisire abitazione per abitazione il perimetro loro affidato in cerca di depositi illeciti di armi.
In pochi minuti viene accertata l’esistenza di diversi importanti depositi di armi, sono stati effettuati alcuni arresti e i fermati sono pronti per essere portati alla base per essere interrogati.
Ecco l’ordine di termine operazione e di rientro: Canguro 12 è storia.
I carri fanno inversione e ritornano verso il checkpoint Ferro, il gruppo “B” va verso il checkpoint “Pasta”, per poi fare ritorno a Balad. Ma quando l’inizio della colonna è già in prossimità di Balad iniziano i primi scontri. Un gruppo di donne e bambini si avvicinano ai mezzi rimasti nell’area.
Dal nulla sorgono le prima barricate rese famose dal film “Black Hawk Down”, mobili, “tecniche” ribaltate, arredi domestici: tutto serve a rallentare il disimpegno dei nostri.
Dalla manifestazione all’imboscata il passo è breve, c’è chi dice per reazione all’arresto di qualcuno troppo vicino ad Aidid, altri perché, in realtà, Canguro 12 era una copertura per cercare di catturare Aidid in persona e non si era andati mai così vicini al suo arresto come in quella mattina. Comunque sia, l’Apocalisse si scatena sui nostri soldati.
I mezzi sono rallentati dalla folla. Gli ufficiali italiani gridano di allontanarsi, di cedere il passo: vengono lanciati fumogeni, ma il gruppo di dimostranti celava un nucleo di armati di AK47 e di Rpg: i manifestanti altro non sono che scudi per i veri soldati del signore della guerra locale. I cecchini somali, usando come scudo donne e bambini bersagliano i nostri soldati impossibilitati ad un contrattacco efficace.
Ecco i primi feriti italiani dopo 50 anni: un sottotenente dei Lanceri di Montebello, colpito di striscio, si accascia sotto un fitto tiro di colpi e sassi.
I nostri parà reagiscono, insieme ai carabinieri del Tuscania, soccorsi dagli specialisti del Col Moschin: tutta l’elite dell’esercito italiano è schierata, ma la trappola è ben montata e i nostri sono stati gettati senza avviso nel cuore della mischia.
Le strade sono chiuse dalle barricate e da ogni finestra il fuoco ostile si infittisce.
Tutto il contingente, avvisato via radio, inverte la marcia e torna verso “Pasta”. Tuttavia i carri sono bloccati in una strada vicino alla Via Imperiale da una barricata gigantesca: i primi tre Camillini restano inchiodati sotto il fuoco incrociato nemico. Dal terzo scendono i fucilieri in cerca di una posizione di tiro migliore, proprio mentre il secondo mezzo viene colpito da un Rpg che uccide il paracadutista Pasquale Baccaro: il primo caduto italiano dalla Seconda Guerra Mondiale.
Gli altri del mezzo escono sotto shock dal blindato: il sergente maggiore Giampiero Monti ha l’addome squarciato, il paracadutista Massimiliano Zaniolo la mano devastata. Gli irregolari di Aidid
avanzano esaltati dal momentaneo successo. Gli specialisti del terzo Vcc, però, sono a terra e si schierano per soccorrere e difendere i feriti, in attesa dei soccorsi che tardano ad arrivare bloccati dalle barricate.
I Somali ormai sono a 20 metri dai nostri quando i nostri provano un disimpegno: bisogna cavarsela da soli.
I nostri sono circondati ma il comando nega l’aiuto degli elicotteri per evitare una possibile carneficina di civili: arriva solo l’ordine di “search and destroy” verso i centri di fuoco nemici, con l’ausilio (almeno questo) del punto di osservazione privilegiato degli elicotteri.
 
Tocca agli effettivi del Col Moschin di snidare e fare tacere cecchini e granatieri nemici, senza nessun appoggio di armi pesanti. La pioggia di piombo che si abbatte sui nostri Carabinieri, ormai costretti al combattimento ravvicinato casa per casa colpisce a morte  il sergente maggiore degli incursori Stefano Paolicchi.
Un nucleo di irregolari di Aidid, nel frattempo ha catturato un Vm: un Moongoose li avvista e chiede l’autorizzazione a lanciare un Tow: negata. Il mezzo si perde nel dedalo delle viuzze del centro del “Mogo”. Al secondo avvistamento non si capisce bene se la risposta è positiva o meno, ma un missile parte dall’elicottero e colpisce il bersaglio distruggendolo.
Nel frattempo, attorno a “Pasta” è l’inferno in terra, mentre, vicino a “Ferro” una colonna di volontari appena usciti dal fuoco nemico si rigetta nella mischia per recuperare i commilitoni: nessuno rimarrà indietro.
I nostri parà sono ancora sotto il fuoco nemico quando un blindato Centauro sfonda la barricata principale di slancio: il sottotenente Andrea Millevoi è il capo equipaggio del mezzo che, coordina l’azione, sporge il busto fuori dalla torretta, per meglio controllare la situazione. Viene colpito da una raffica e muore sul colpo. È la terza vittima del 2 luglio.
Un attimo dopo, tre colpi di AK47 feriscono gravemente il suo parigrado della Folgore, Gianfranco Paglia, paralizzandolo.
Gli italiani stanno riuscendo forzare il blocco, ma tutto è ancora molto complesso. Arrivano nuovi miliziani e i mezzi italiani sono costretti da un ordine a ripiegare: gli incursori hanno realizzato un perimetro di sicurezza che rischia di cedere ad ogni istante. I carri italiani sono li, impotenti. Gli ordini sono chiari “Niente artiglieria!”.
Ma a qualcuno, visti i commilitoni inchiodati a terra dal fuoco nemico, viene in mente che forse è meglio ricevere una punizione piuttosto che vederli morire tutti.
Due carri prendono la mira e aprono il fuoco distruggendo un gruppo di container dal quale proveniva grande parte del fuoco ostile, con gravi perdite dei miliziani.
È il momento decisivo: i nostri riescono a disimpegnarsi e, a piedi e da soli, riescono a porsi in salvo, abbandonando la zona: sono circa le 13:00.
Ai nostri caduti fanno eco i circa 120 morti degli irregolari.
Come è davvero andata non si sa: c’è chi parla di un gruppo di parà che per poco non avrebbe arrestato Aidid, c’è chi sostiene invece che tutto è andato come dicono le voci ufficiali. Noi che “non c’eravamo” ricordiamo che forse una maggiore determinazione da parte del nostro comando avrebbe permesso ai nostri di salvarsi.
Resta il ricordo dei caduti e del valore di ragazzi italiani sui quali nessuno farà un film.
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mercoledì, 16 aprile 2008

Scommettiamo che il redivivo Cavaliere proverà a regalare l'Alitalia all'Aeroflot per ingraziarsi Putin?
Diamogli tempo, diamogli...

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sabato, 23 febbraio 2008
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mercoledì, 30 gennaio 2008
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sabato, 08 dicembre 2007

La tecnica in realtà è quella giusta, il guaio è che non ci sono molti punti riparati.

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mercoledì, 05 dicembre 2007

Il 26 settembre del 1983 era una giornata come tante al bunker Serpukhov 15 e Stanislav Evgrafovich Petrov, colonnello dell’Armata rossa, classe 1939, era l’ufficiale di guardia.
La tensione internazionale era particolarmente acuta, in quel periodo. Venti giorni prima i russi avevano abbattuto per errore un aereo passeggeri coreano, uccidendo 269 passeggeri, tra i quali diversi americani.
La polizia politica sovietica aveva diramato un’allerta riguardante possibili reazioni, anche militari,  da parte statunitense.
Il lavoro del colonnello Petrov consisteva nell’effettuare periodici controlli sulle rilevazioni satellitari e nel notificare ai suoi superiori un eventuale attacco nucleare contro l’Urss.
In caso di attacco la strategia sovietica era quella di lanciare immediatamente un attacco nucleare su vasta scala contro gli Stati Uniti.
Tra la mezzanotte e l’una, (mentre negli Stati Uniti era ancora il 25 settembre) il computer segnalò che gli americani avevano lanciato un missile contro l’Unione sovietica.
Cosa fare?
Su Petrov gravava un immenso peso.
Considerando, con notevole freddezza, che, difficilmente un attacco Usa si sarebbe valso di un solo missile, l’ufficiale classificò il segnale del computer come un falso allarme.
Circa trenta secondi dopo, il computer segnalò che altri quattro missili erano stati lanciati dagli americani.
Petrov era più che convinto (o forse semplicemente lo sperava) che si potesse trattare di un falso positivo del computer, ma, dal suo bunker, non aveva la possibilità di verificare in alcun modo cosa stesse succedendo.
Davanti a lui il pulsante con la scritta “attacco”, che attendeva solo di essere premuto per segnalare a che di dovere di dare l’inizio alla Guerra Termonucleare Globale.
Qualora l’attacco fosse stato effettivamente in corso, il suo Paese sarebbe stato oggetto di un disastroso attacco nucleare, subito senza alcuna controffensiva.
E Petrov ne sarebbe stato responsabile.
Se invece si fosse trattato di  un errore del computer, allertando i suoi superiori, Petrov  avrebbe potuto innescare un massiccio contrattacco atomico da parte sovietica.
Il tutto avrebbe generato una serie di ulteriori attacchi, e sicuramente sarebbe costato la vita a milioni, forse decine o centinaia di milioni, di persone.
L’inizio della Terza Guerra Mondiale dipendeva dalla lui.
Petrov decise che si trattava di un secondo falso allarme.
E in effetti nessun missile nucleare era in viaggio verso l’Unione sovietica.
Una catastrofe bellica senza precedenti era stata evitata grazie al buon senso di un uomo.
Petrov avrebbe dovuto essere di riposo, quella sera. Se ci fosse stato un altro uomo al suo posto, questi avrebbe potuto maturare una decisione diversa, cambiando irreparabilmente il corso della storia.
Stanislav Petrov aveva evitato l’apocalisse atomica, ma aveva disubbidito agli ordini.
Non fu punito né premiato, ma la sua carriera non progredì oltre.
Oggi Stanislav Petrov è un pensionato che vive in condizioni di semipovertà a Fryazino, un paesino russo presso Mosca. L'uomo che ha salvato il mondo dall'olocausto nucleare è stato prontamente dimenticato, nella fretta quotidiana.

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domenica, 09 settembre 2007

Patrick Leigh Fermor, pur essendo di natali nobili, non riuscì ad integrarsi nella scuola britannica di inizio secolo scorso. Cambiò diverse scuole, anche alcune per ragazzi “difficili”, fino all’espulsione comminata per avere tenuto la mano della figlia del verduraio del paese. Continuò quindi a studiare da solo, fino a compiere, ormai diciottenne, una sorta di Gran Tour dal Nord Europa fino a Costantinopoli, in compagnia di una antologia della letteratura britannica e delle Odi di Orazio.

Al ritorno verso Ovest volle conoscere la tanto amata Grecia dei suoi studi classici e lì conobbe una nobildonna rumena della quale si innamorò. Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale si arruolò nelle Irish Guards, ma, per la sua conoscenza del Greco e della Grecia, fu trasferito nell’Intelligence.

Heinrich Kreipe era nato in Turingia, aveva frequentato studi umanistici e si era arruolato come volontario allo scoppio della Prima Guerra Mondiale. Rimase in servizio nei ridotti ranghi dell’esercito tedesco, anche alla fine della Grande Guerra e, allo scoppio del secondo conflitto mondiale era oramai un colonnello impegnato sia sul fronte francese che, successivamente, su quello russo. Dal 1944 venne chiamato a Creta per sostituire il sanguinario Generale Muller richiamato in patria.

Il 26 aprile 1944, dei membri dell’Intelligence britannica, che da due anni erano infiltrati nell’isola con lo scopo di rapire Muller, il “macellaio di Creta”, decisero di non abortire l’operazione e di rapire comunque Kreipe.

Sull’isola da due anni, avevano un rapporto stretto con la popolazione che odiava i tedeschi e avevano una fitta rete di relazioni e protezioni (alcune addirittura sancite dall’aver condotto a battesimo i figli dei maggiorenti del posto).

Nessuno quindi soccorse Kreipe quando fu rapito nel tragitto tra Heraklion e Villa Ariani ove risiedeva.

Fermor e i suoi, inscenato un finto posto di blocco vestiti da tedeschi, rapirono il generale e uccisero l’autista, mescolando poi le carte lasciando appositamente vistose tracce che conducevano verso l’approdo per un sommergibile su una baia di Creta.

Per loro, invece, la strada di fuga per l’Egitto britannico era sull’altro lato dell’isola, al di là del Monte Ida.

Seguirono giorni di duro viaggio e di poche parole.

Finché… (ma il resto lasciamolo raccontare a Fermor):

“Ci siamo svegliati fra le rocce, mentre il sole spuntava dietro la cresta dell’Ida, verso la quale eravamo saliti per due giorni interi. Ci siamo messi a fumare in silenzio, e a un certo punto il generale ha cominciato a recitare, scandendo bene le parole:

Vides ut alta stet nive candidum Soracte...

Ero fortunato. (…) Si trattava di Ad Thaliarchum. Così ho ripreso da dove si era interrotto lui:

... nec iam sustineant onus

Silvae laborantes, geluque

Flumina constiterint acuto

e così via, per tutte le cinque stanze che mancavano alla fine.

Il generale ha spostato su di me gli occhi azzurri, che fino a pochi attimi prima erano fissi sulle vette. E quando ho concluso, dopo una lunga pausa, mi ha detto: «Ach so, Herr Major!». Era molto strano. «Ja, Herr General». La guerra, per un attimo, era sembrata lontanissima. Molto tempo prima, avevamo bevuto alla stessa fontana: e per tutto il tempo che avremmo passato insieme, le cose fra noi sarebbero state molto diverse.”

Nei giorni che seguirono, il freddo li costrinse a dormire vicini per scaldarsi e il generale tedesco non approfittò mai della situazione per cercare di ledere l’inglese o per fuggire.

Fu portato in Egitto e di lì in un campo per prigionieri di guerra.

Si rividero con grande affetto nel 1970 in occasione di una trasmissione televisiva.

Non riesco a non pensare che uomini di questa pasta non avrebbero distrutto a cannonate le statue del Buddha solo perché erano venerate dai loro avversari. La fiaccola che il mondo classico ci lascia è un segnale di appartenenza a qualcosa di più alto, di più unitario: l’essere tutti appartenenti al genere umano. E una semplice guerra non può cancellare tutto questo.

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domenica, 09 settembre 2007
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domenica, 05 agosto 2007
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domenica, 15 luglio 2007

Il principe Carlo ha recentemente premiato i militari inglesi di ritorno dall'Afghanistan. La cerimonia prevede che la medaglia per meriti di servizio sia appuntata sulla tasca sinistra della giacca. Il tutto (a quanto pare) non è però così semplice come può apparire a prima vista.

 

postato da: iosonoleon alle ore 09:39 | Permalink | commenti (1)
categoria:armi e disarmi